Il darwinismo, il bidè e i vasetti di Nutella.

Quando guardo un oggetto, un qualsiasi oggetto, mi capita spesso di pensare all’evoluzione che ha portato quell’oggetto ad essere tale. Mi piace pensare a tutti gli step che, per economia, per praticità o per sopraggiunte nuove esigenze, ne hanno caratterizzato la storia. Se osservo un’automobile, mi appare molto chiaro il morphing evolutivo dalla carrozza. La costruzione di portiere e parafanghi, le sovrastrutture per ripararsi dall’aria a causa della crescente velocità. L’allargamento dell’abitacolo andando a sfruttare la piena larghezza delle ruote anche con la sovrastruttura…e via dicendo.

Provate anche voi a fare questa de-evoluzione con gli oggetti che vi vengono in mano. Si capiscono un sacco di cose.

Ci sono delle cose però, la cui evoluzione sembra essersi in qualche modo fermata, o, peggio, nel tempo qualche scelta sbagliata ne ha irrimediabilmente compromesso l’utilizzo attuale.

Un esempio di evoluzione fallace, è presente in praticamente tute le cucine italiane e nella maggior parte delle cucine del mondo evoluto.

Ovviamente anche io ne ho una. Anzi…mi sa che ne ho addirittura due!.

bidè

Il fatto è che non voglio fare la figura dell’inglese che, ospitale nei confronti dell’italico amico, e dopo che questi ne ha di lui (ab)usato il bagno, si sente chiedere con aria mista tra lo schifato e il giocoso… “Ma quella cosa…si insomma…voi com’è che fate? cioè…dopo, no?…come che fate a?…si insomma…come ve lo pulite er culo?”. Sarà che noi italiani la Nutella l’abbiamo inventata. E della Nutella ne apprezziamo l’essenza a tal punto che l’italiano vero, il barattolo di Nutella lo getta nel vetro perfettamente pulito senza neanche una traccia cremosa all’interno. Sarà che questa cosa della Nutella ci ha influenzato anche in altri ambienti della casa e ne andiamo orgogliosi di aver esportato la Nutella e di andare in giro igienicamente impeccabili, ma io di fare la figura dell’inglese ospitale con il culo sporco, in cucina, non mi va. Per cui sono un non-felice possessore di, forse, due oggetti de-evoluti. La loro origine mi è ignota e ad oggi l’unico utilizzo che ne vedo è per quando mi troverò a dover rispondere all’ospite di turno che, cimentandosi tra i miei fornelli mi chiederà: “che ce l’hai una grattugia?”

La grattugia.

grattugia

Chiaramente un errore.

Pensate a questo oggetto che è praticamente fermo al medioevo come funzionalità. I soliti dentini che grattugiano il formaggio e che inesorabilmente si impastano e diventano impulibili. E per grattugiare un po’ di formaggio serve la forza di 100 uomini, senza contare tutto quello che vola in giro, perché, sembra facile, ma a quanti di voi non è mai capitato che grattugiando del formaggio vi trovate a far volare grattugia, piatto e prodotto finito sul tavolo? E allora cedete e andate direttamente alla grattugiata sulla pasta. Così. E scoprirete che la grattugia è rettangolare e il piatto rotondo. Per cui il 28,2% del grattugiato finirà fuori della pasta, ma fortunatamente ancora sul piatto. Il 13,6% addirittura fuori dal piatto.

E poi c’è quel bivio evoluzionistico che non mi spiego. Chiaramente la grattugia va pulita. E come?

Con una spugnetta? Macchè…grattugeremo anche quella!. Il metodo consigliato dalle massaie di mezzo mondo “parmiggianoso” consiste nel passare i rebbi (e qua me la tiro all’infinito!) di una forchetta tra le lame della grattugia fino ad asportare completamente il residuo.

Ci avete mai provato?

A quanto pare, probabilmente nella notte tra il 4 e il 15 ottobre 1582, notte in cui morì Teresa D’avila, forchetta e grattugia hanno preso due strade evoluzionistiche differenti, per cui la distanza dei denti della forchetta (i rebbi di cui sopra) e lo spazio tra le lame della grattugia hanno iniziato a non salutarsi più, rendendo di fatto impossibile pulire l’una con l’altra.

E quindi?

Forte delle nuove tecnologie che ci hanno fornito di sacchetti freezer mille strati che se solo gli avessero avuti gli egizi “A  Tutankhamon! Dai le carte che se famo sta mano de scopone!”, io uso una di quelle macchine infernali tanto bistrattate in un precedente articolo per grattugiare, tutto in una volta, una bella forma di parmigiano e poi…freezer!

Bestemmia! Sacrilegio! Follia culinaria!. Lo so che non è il massimo, ma nel quotidiano, avere una dose sempre sufficiente di grattugiato pronta all’uso fa molto comodo, e il lieve prezzo da pagare, e cioè il piccolo degrado di sapore tra un grattugiato fresco e un congelato, è secondo me assolutamente adeguato. Per cui lo pago volentieri.

Così lavo una volta al mese una piccola macchina infernale, e mi risparmio fatica e pene quotidiane con le classiche grattugie. Provateci. Fidatevi. E non tornerete più indietro.

Se poi qualcuno ha l’idea del secolo e ha in mente una grattugia piccola, di facile manutenzione, senza corrente e che funziona bene… Mi contatti per il business plan!

PS: la macchina infermale in questione non l’ho comprata, ma fa parte di un qualche pacchetto regalo di cui non mi è ancora chiara la provenienza.

PPS: Il parmigiano, nel freezer, non congela. Non so perché, ma quando lo prendo lo trovo sempre utilizzabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *